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Cibo e salute
Cibo e ambiente, 5 temi d'attualità

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Caterina Costa

1 E se è la confezione a far ingrassare?

Se volete conservare la vostra forma fate attenzione anche alle confezioni dei cibi che comprate. Può sembrare un suggerimento stravagante, ma i ricercatori dell’Helmholtz centre for environmental research, in Germania, hanno scoperto che gli imballaggi in plastica che avvolgono gli alimenti possono provocare un aumento di peso nelle persone che li consumano. La migrazione di sostanze chimiche dal packaging al cibo è già stata documentata dalla scienza, con i pericoli per la salute che ne conseguono, ma che questa influenzasse anche il peso corporeo non era ancora stato appurato. Sotto accusa sarebbero gli ftalati, quei composti che rendono la plastica flessibile e modellabile, già soggetti a restrizioni in Europa per via del loro coinvolgimento in una serie di problematiche: sono interferenti endocrini, cioè modificano l’assetto ormonale, aumentano il rischio di ipertensione e, nelle donne incinte, di parto prematuro. Lo studio tedesco ha ora evidenziato che l’esposizione agli ftalati disturba anche il metabolismo, spianando la strada al sovrappeso, pur in basse concentrazioni. Tra gli alimenti, sono le carni confezionate, la panna, il latte intero, le margarine e alcuni oli, in pratica i cibi che contengono grassi che favoriscono la migrazione, quelli dove si concentrano maggiormente gli ftalati. Per la prima volta, grazie a questo studio, la scelta di acquistare cibi sfusi o alla spina acquisisce una connotazione non solo ambientale ma anche salutistica, visto che alleggerisce l’ambiente dai rifiuti, il nostro organismo da sostanze pericolose e perfino dalla tendenza a ingrassare. Per conservare il cibo, anche a casa, via libera al vetro, all’acciaio inossidabile, alla ceramica, evitando le materie plastiche.

2 L’app che segnala dove il cibo costa meno

Immaginate che sul cellulare vi arrivi una notifica: il negozio all’angolo ha dimezzato il prezzo delle mozzarelle, che rischiavano di rimanere invendute. Sarebbe bello vero? Gioite, perché succede per davvero! L’app Last minute sotto casa nasce proprio per questo: mettere in contatto il negozio che ha cibo in scadenza, in offerta, con i consumatori nelle vicinanze. L’app è gratuita e coinvolge i piccoli negozi e i minimarket di quartiere, realtà che rischiano di scomparire perché meno competitive rispetto ai grandi supermercati. Funziona così: i negozianti iscritti inseriscono sull’app, o sul sito relativo, i prodotti deperibili che rischiano di finire nella spazzatura, e i clienti, che hanno selezionato quella specifica zona sui loro profili, ricevono la notifica. Un sistema semplice ed efficace che nulla sottrae alle associazioni, come ad esempio il Banco Alimentare, che raccolgono cibo per i poveri, a cui non conviene muoversi per pochi pezzi. Nei due anni di vita è stato raggiunto il numero di 50.000 iscritti di cui 1.000 negozi di alimentari, diffusi in tutta Italia, con una prevalenza a Torino dove è partito il meccanismo, poi Napoli, Palermo, Catania, Genova, Milano, un numero che continua a crescere. L’ideatore Francesco Ardito ci ha spiegato che per alcune città sono state le stesse amministrazioni comunali a pubblicizzare ai cittadini l’applicazione, perché risponde a tante diverse esigenze: aiuto ai piccoli negozianti e ai consumatori, minor spreco alimentare e produzione di rifiuti. L’app si scarica su App Store per iPhone e su Google Play per Android. Il sito è www.lastminutesottocasa.it e la pagina Facebook è Last minute spesa sotto casa.

3 Pesce sostenibile, ci si può fidare?

Secondo la Fao (Food and Agriculture Organization) oggi più del 90% delle scorte ittiche è sovrasfruttato. L’esistenza di sistemi di certificazione che garantiscano la sostenibilità del pescato in commercio è quindi importantissima. Per pesce sostenibile si intende quello che proviene da stock in buona salute, pescato nella giusta stagione di crescita, rispettando la taglia minima e con i sistemi di pesca meno impattanti sull’ecosistema marino. Marine Stewardship Council (MSC) e Friend of the Sea (FOS) sono i protagonisti del settore, le certificazioni che più facilmente si possono trovare in etichetta. Alcuni anni fa due studiosi tedeschi esperti di gestione della pesca, Rainer Froese e Alexander Proelss avevano sollevato qualche dubbio riguardo alla reale provenienza del pesce certificato, che in alcuni casi era risultato provenire da popolazioni sfruttate. Secondo gli stessi esperti però “la percentuale di stock in buona salute è comunque notevolmente superiore tra i prodotti certificati rispetto a quelli che non lo sono”. La critica di Froese e Proelss ha stimolato i certificatori a fare sempre di più e oggi si può dire che acquistando pesce certificato i consumatori possono gustarlo senza timore di vederlo scomparire per sempre. E con in più la sicurezza di mangiare veramente la specie che hanno acquistato: MSC ogni anno effettua test genetici su circa 260 prodotti per verificare che la specie dichiarata sia quella utilizzata. I risultati del 2016 dicono che il 99,6% dei prodotti certificati corrisponde effettivamente a quanto riportato in etichetta, mentre i controlli effettuati sul pesce senza bollino di sostenibilità evidenziano che nel 30% dei casi la specie dichiarata in etichetta non è quella che ci si ritrova nel piatto…!

4 Olio di palma certificato RSPO: cosa significa?

Le etichette dei prodotti che contengono olio di palma possono talvolta presentare il marchio RSPO. L’acronimo sta per Roundtable on Sustainable Palm Oil, e certifica che l’ingrediente in questione è stato ottenuto rispettando uno standard ambientale minimo per la coltivazione della palma da olio. Uno dei problemi ecologici più preoccupanti legati alla produzione di questo grasso vegetale, apprezzato dall’industria alimentare, è la perdita di foreste pluviali primarie in Indonesia e in altre parti del mondo, dove alberi centenari vengono abbattuti per espandere le coltivazioni. Lo standard RSPO è nato nel 2004 dall’unione di un gruppo di aziende del settore e di alcune Ong (Organizzazioni non governative) ambientaliste preoccupate dalla deforestazione e sollecitate dalle proteste dei consumatori. I lavori hanno portato alla stesura di otto principi base che i produttori devono seguire per potersi fregiare del marchio di sostenibilità e all’importazione in Europa del primo olio di palma certificato nel 2008. Oggi circa il 21% dell’olio globale prodotto porta il logo RSPO. Le associazioni ambientaliste ritengono però che certi criteri dello standard possano essere migliorati, ad esempio sul tema pesticidi. Nelle piantagioni non biologiche, infatti, i diserbanti e le altre sostanze chimiche di sintesi continuano a essere utilizzati. Il marchio RSPO in etichetta indica dunque la provenienza da gestione responsabile dell’olio di palma contenuto nel prodotto, ma non l’assenza di prodotti chimici nelle piantagioni. Quella è garantita solo per l’olio di palma biologico.

5 Glifosato: cos’è e perché se ne parla tanto?

In agricoltura è il principio attivo più usato, serve per diserbare. È presente in 750 formulati, tra cui il Roundup®, erbicida usato per la coltivazione delle piante Ogm, che ne sopportano grandi quantità senza perire. Ma non è solo nei campi convenzionali e transgenici di tutto il mondo che viene impiegato: lo conoscono bene i giardinieri, i vivaisti, chi fa la manutenzione dei parchi pubblici. L’International agency for research on cancer, ente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel 2015 lo ha classificato “probabile cancerogeno per l’uomo”. Da quel momento sull’erbicida si è creato un ampio dibattito: pochi mesi dopo l’allarme dell’Oms, infatti, l’Efsa, Autorità europea per la sicurezza alimentare, lo ha scagionato. Per farlo, però, secondo un’inchiesta pubblicata dal settimanale tedesco Die Zeit, si sarebbe basata su un rapporto dell’Istituto federale per la valutazione del rischio, redatto dalla Glyphosate task force, un gruppo di lavoro a cui collaborano le aziende produttrici del glifosato. Ecco che cosa è successo poi: il Parlamento europeo, chiamato a decidere per il rinnovo dell’autorizzazione di questa sostanza, lo scorso 13 aprile ha chiesto alla Commissione di consentirne l’uso per altri 7 anni (al posto dei 15 previsti) per avere il tempo di effettuare studi approfonditi, limitandone l’utilizzo ai soli professionisti. In sostanza, i prodotti a base di glifosato non dovrebbero più essere venduti a chi è sprovvisto di patentino agricolo e potrebbe esserne proibito l’uso come diserbante per i parchi pubblici e i giardini, o ai bordi delle strade. Gli agricoltori, insomma, potranno continuare a spruzzarlo sui campi. L’unica protezione rimane quella offerta dai cibi biologici.

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